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	<title>Categoria 2 | Cultura e Professione</title>
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	<title>Categoria 2 | Cultura e Professione</title>
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		<title>Residenzialità comunitarie: luoghi terapeutici/ evolutivi trasformativi o  assistenziali/ allocativi?   Cruciali scelte di politica sanitaria.</title>
		<link>https://culturaeprofessione.it/news/categoria-2/residenzialita-comunitarie-luoghi-terapeutici-evolutivi-trasformativi-o-assistenziali-allocativi-cruciali-scelte-di-politica-sanitaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Serra]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jan 2025 10:56:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Categoria 2]]></category>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Claudio Bencivenga, Roberto Quintiliani</p>
<p><em>ABSTRACT</em></p>
<p>Il tema delle Comunità Terapeutiche negli anni è stato affrontato dalla nostra categoria professionale in più battute: l’Ordine degli Psicologi del Lazio nel 2002 e 2003 istituì un gruppo di studio denominato <em>Comunità residenziali per la tutela della salute mentale</em>; nel 2021 un ulteriore gruppo di lavoro dal titolo <em>Progetto Comunità Terapeutiche Ordine Psicologi Lazio</em>. Da menzionare infine che nel 2022 il CNOP (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi) ha promosso uno specifico Gruppo Tecnico denominato <em>“Comunità Terapeutiche residenziali”</em>.</p>
<p>Gli scriventi, hanno avuto l’opportunità di partecipare anche in qualità di coordinatori a tutte le iniziative sopra indicate.</p>
<p>In questo articolo si vogliono riportare le importanti criticità rilevate all’interno dei programmi comunitari così come indicati e prescritti dalla Regione Lazio: in termini di criteri di accreditamento, figure professionali previste, rette, ruoli apicali e dirigenziali.<br />La direzione sembra infatti propendere verso una sorta di aziendalizzazione e un modello assimilabile alla clinica psichiatrica con il rischio concreto di concepire l’approccio comunitario o schiacciato verso un’eccessiva sanitarizzazione o con un’impronta solo di tipo socio-assistenziale. La conseguenza è la semplificazione e banalizzazione dell’intervento lasciando di fatto poco o nessun margine all&#8217;aspetto terapeutico evolutivo/trasformativo.</p>
<p><em>Cultura e professione</em> intende:</p>
<p>&#8211; ribadire il ruolo profondamente terapeutico della residenzialità in psichiatria per contenere l’emergere di figure professionali diverse da quelle psicologiche in ruoli chiave dell’organizzazione</p>
<p>&#8211; sensibilizzare la Regione in relazione ad alcune scelte di politica sanitaria convinti che per portare avanti una buona clinica occorre a monte una buona politica sanitaria</p>
<p><strong>Premessa</strong></p>
<p>Le Comunità Terapeutiche sono strutture sanitarie (massimo 20 pl) a “carattere familiare” per il trattamento volontario globale &#8211; psicoterapeutico, farmacologico (ove occorra) relazionale e sociale che &#8211; per richiesta dei Servizi territoriali (Servizi sanitari, sociali) &#8211; accolgono pazienti preferibilmente giovani, non trattabili a domicilio, né a livello ambulatoriale e che non necessitano di trattamenti in regime di ricovero ospedaliero.</p>
<p>Sono da considerarsi un tassello di un intervento, un’esperienza temporanea che si realizza “in rete”: all’interno di un percorso che preveda risposte articolate, multidisciplinari, che siano calate sui bisogni e sul progetto del paziente in linea con l’evoluzione di un quadro che può spaziare in interventi a valenza maggiormente sanitaria e/o sociale.</p>
<p>Il quadro clinico dell’utenza accolta in Comunità comporta una disfunzionalità da un punto di vista relazionale, comportamentale, affettivo/emotivo, esistenziale tale da necessitare di un intervento riabilitativo e terapeutico attraverso una presa in carico residenziale e una temporanea separazione, “permeabile”, dall’abituale contesto di vita.</p>
<p>L’intervento è adatto per quei pazienti che necessitano di uno spazio e di un tempo necessari per sperimentare nuove relazioni significative, per ricostruire, rinarrare e risignificare la propria storia attivo del paziente e della famiglia.</p>
<p><strong>Cenni storici</strong></p>
<p>Il metodo di cura della “Comunità Terapeutica” trae le sue origini da quel movimento di rinnovamento della cultura sociale del dopoguerra, che vede lo sviluppo teorico-clinico della psicoanalisi di gruppo di Bion, la nascita della gruppoanalisi e delle Comunità Terapeutiche inglesi con pionieri quali Bion, Foulkes, Main e Jones, il modello psicodinamico francese di Racamier e Sassolas, le esperienze pilota della Menninger Clinic e dell’Austin Riggs Hospital negli Usa, solo per citare gli esempi più noti.</p>
<p>I principi fondamentali presenti nelle CT inglesi e rilevati dalla ricerca del sociologo/antropologo Rapaport negli anni ’50 sono rappresentati da: <em>comunalismo, democraticità, tolleranza e confronto </em><em>con la realtà</em> nonché dalla cosiddetta “cultura dell’indagine” intesa come quell’’attitudine e disponibilità all’autosservazione e riflessione attenta su ciò che accade.</p>
<p>Molti di questi valori sono stati, di fatto, assunti nel metodo e nella pratica delle numerose Comunità Terapeutiche che si sono sviluppate largamente in Italia, soprattutto dopo la definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici, declinando alcuni capisaldi storici in un modello specifico che ben si è adattato alla nostra realtà. Infatti, le Comunità che hanno resistito sino a oggi conservando l’obiettivo della cura della malattia mentale piuttosto che solo l’assistenza, sono proprio quelle che hanno saputo mantenere un approccio di base psicologico e psicoterapico e che hanno lavorato, impiegando a volte cospicue risorse, per la “manutenzione” dei programmi comunitari e per la formazione delle loro équipe.</p>
<p><strong>Tipologia di utenza</strong></p>
<p>L’utenza delle comunità, è caratterizzata sempre più da giovani adulti, non si tratta dei pazienti anziani del cosiddetto “residuo manicomiale” con quadri clinici oramai consolidatisi e cristallizzatisi nel tempo. La tipologia dei pazienti dunque, ben si presta ad un intervento di tipo terapeutico/trasformativo.</p>
<p>L’esperienza quotidiana sul campo, pone in risalto l’esistenza di disturbi molti dei quali assumono dal punto di vista sintomatologico forme nuove precedentemente sconosciute e correlate ai cambiamenti sociali. Quadri clinici complessi, spesso caratterizzati da esperienze traumatiche, pensiamo ai casi connessi all’adozione soprattutto alle adozioni internazionali; le vulnerabilità narcisistiche (figlie del nostro tempo, che “ruotano ” sul tema della sfida, della competizione e della performance); l’aumento delle condotte suicidarie e degli attacchi al corpo; i comportamenti dirompenti resi esplosivi dall’incremento dell’abuso di sostanze; l’isolamento in casa; le nuove forme di dipendenza; casi di alta conflittualità familiare; situazioni generatesi da traumi cumulativi derivanti da storie caratterizzate da reiterate difficoltà interrelazionali.</p>
<p>Storie di sofferenza che richiedono una particolare formazione sia per entrare in relazione che per sintonizzarsi con i bisogni profondi degli utenti. Competenze che si acquisiscono se si è seguito un particolare percorso di studio dove gli operatori debbano essere in grado di riconoscere “dentro di sè” ciò che sta accadendo al paziente, per entrarvi in risonanza e restituirlo in maniera pensata e bonificata.</p>
<p><strong>Problematiche e criticità attuali</strong></p>
<p>Ciò che lascia perplessi è che nel tempo si è assistiti a normative in diverse regioni del territorio nazionale che hanno finito per semplificare e banalizzare la complessità dell’intervento a favore di visioni riduzionistiche: o troppo sbilanciate su un rigido modello biomedico e assistenziale o su un intervento orientato su un paradigma ad impronta educativa/sociologica.</p>
<p><strong>In particolare nella Regione Lazio</strong> i criteri di accreditamento si sono “schiacciati” sul modello ospedaliero prevedendo una sperequazione di figure infermieristiche e parainfermieristiche a discapito di figure più propriamente afferenti all’area della psicologia maggiormente idonee ad un intervento clinico/ “trasformativo”. Sotto la denominazione di S.R.T.R. (Strutture Residenziali Terapeutiche Riabilitative) troviamo sia le storiche comunità terapeutiche a valenza democratica nate con un assetto fortemente terapeutico, sia le Cliniche psichiatriche convertite: queste ultime, tuttavia, più idonee e necessarie a rispondere, a “tamponare” una situazione nell’alveo dell’urgenza con un intervento intensivo. In buona sostanza per le cosiddette Case di Cura Cliniche psichiatriche è cambiato l’inquadramento giuridico, mentre le comunità storiche in un qualche modo, si sono trovate costrette ad assimilarsi a livello organizzativo alle Cliniche.<br />Tuttavia l’intervento trasformativo quello più propriamente estensivo, di una certa durata, volto alla “cura”, riabilitazione e reinserimento dovrebbe essere svolto nelle comunità propriamente dette a stampo democratico familiare (massimo 10 /20 pl) ovvero in quelle realtà dove gli interventi, pur se sanitari e specialistici, si poggiano su un clima di domesticità in una logica distante da modelli sanitari prettamente di tipo ospedaliero. Del resto la personalità e l’identità cresce, si forma, evolve in un ambiente familiare e non in un contesto asettico, spersonalizzato che ricorda un ospedale.<br />Insomma, c’è residenzialità e residenzialità: differenziate a seconda dello specifico momento evolutivo del percorso dell’utenza, e a seconda della mission.<br />Certamente non è appropriata una Comunità estensiva dove il fulcro dell’intervento è la ′relazione′ in un luogo che – come direbbe l’antropologo francese Marc Auge &#8211; è una sorta di “non luogo”; dove le indicazioni regionali sono “appiattite” su quelle che devono essere le caratteristiche strutturali (numero di stanze, distribuzione degli spazi) e dove colpisce lo sforzo ipertrofico da parte di chi l’ha estese di voler definire, controllare, monitorare, computare , tracciare, rendere visibile ogni attività, metri quadrati, stanze, riferimenti a linee guida, certificazioni di qualità UNI EN ISO 9001, gestioni dei rischi, HACCP, cartelle informatizzate, PARM. Non che ciò non sia utile, anzi, ma si rimane perplessi quando tutto ciò non è accompagnato da una riflessione sulla componente specialistica delle professionalità che è opportuno che in esse operino. La direzione sembra propendere verso un’aziendalizzazione, una cultura imprenditoriale dove poco spazio rimane alla dimensione dell’incontro.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">In particolare, diversi sono gli elementi che destano preoccupazione</span>:</p>
<p>&#8211; Un numero sproporzionato di figure infermieristiche e parainfermieristiche (OSS) &#8211; più idonee quest’ultime per un’utenza caratterizzata da una disabilità fisica &#8211; rispetto a funzioni professionali preparate e competenti nel leggere le dimensioni interne dei pazienti.</p>
<p>&#8211; Un sottodimensionamento in termini di presenza e di monte ore dello psicologo nello staff.</p>
<p>&#8211; La mancanza della figura dello psicoterapeuta, che se pur prevista in termini di principio<br />nella mission che va a definire gli obiettivi della comunità terapeutica, poi “scompare” nell’organico dove viene indicato “solo” lo psicologo (tra l’altro, come già detto con una presenza esigua se confrontata con le altre figure professionali). Certamente si osserva un’incongruenza nelle normative che sono state emanate in maniera frammentata, non organica, dilazionate nel tempo, con giunte diverse, ma soprattutto senza un consulto specializzato con tecnici che conoscono a fondo la clinica e la metodologia dell’intervento comunitario.</p>
<p>&#8211; Nelle posizioni apicali/dirigenziali viene previsto lo psichiatra (per le comunità con pazienti adulti), il neuropsichiatra infantile (per le comunità con pazienti in fascia adolescenziale) con il risultato che tutta l’impostazione clinica e l’organizzazione a monte di come vengono pensati gli interventi restano e sono appannaggio soltanto delle figure mediche specialistiche. Bene ricordare che, nell’espletamento di un incarico di direzione e responsabilità, medici e psicologi/psicoterapeuti possono svolgere essenzialmente le stesse attività di direzione ed organizzazione, fatte ovviamente salve le funzioni derivanti dalle loro specifiche competenze professionali che restano comunque esclusive e che vengono realizzate in via residuale rispetto alle funzioni di gestione, proprie dell’incarico di responsabilità.</p>
<p>&#8211; Le rette previste dalla Regione Lazio sia per le comunità per adulti che per quelle destinate agli adolescenti, sono tra le più basse d’Italia, ferme e non aggiornate oramai da molti anni.<br />Ciò è spia non solo di un approccio alla Tutela della Salute Mentale banalizzato, di una rinuncia ad un orizzonte terapeutico per questi pazienti, sempre più giovani, ma anche di una politica sanitaria miope perché sappiamo che la carenza di appropriatezza negli interventi aumenta negli anni i costi, non li riduce. Giova peraltro sottolineare che la Legge Regionale Lazio 12 aprile 2019, n. 6, nel dettare le “Disposizioni in materia di equo compenso e di tutela delle prestazioni professionali”, ha (vd. art. 1) espressamente riconosciuto “il diritto dei professionisti…all’equo compenso”, nonché voluto tutelare “le prestazioni rese dagli stessi”</p>
<p><strong>La specificità “psico” dell’intervento della Comunità Terapeutica</strong></p>
<p>La Comunità Terapeutica in virtù della propria residenzialità e del fattore tempo che la contraddistingue dagli interventi di natura ospedaliera permette agli utenti di fare un’esperienza importantissima: quella di vivere un luogo, ovvero di rivivere quell’esperienza di domesticità, attraverso il ripercorrere gesti di vita quotidiana come il mangiare insieme, lo svegliarsi, il preparare la colazione … così tutti i giorni in uno spazio capace di dare a queste azioni un senso, un significato.</p>
<p>Il fattore residenzialità dovrebbe essere costituito da un “abitare terapeutico” in cui il fatto stesso di abitare un luogo, all’interno di una cornice “clinicamente pensata”, esplica una funzione riabilitativa, fondata sul concetto di quotidianità strutturante. Il “nucleo” della terapia dovrebbe fondarsi su una “clinica del quotidiano”, in cui ogni momento della giornata può diventare occasione di apprendimento dall’esperienza. Mediante il supporto di un contenitore capace di conferire valenza, valore, significatività ci si riappropria della dimensione degli atti, dei gesti, degli avvenimenti e delle emozioni della vita di tutti i giorni e ciò passando attraverso negoziazioni, dinieghi, assenze, convivenze, contrarietà, condivisioni con gli altri ospiti e gli operatori. In questo senso la figura dello psicologo al di là degli interventi specifici legati ai colloqui, alla diagnosi, alle psicoterapie (individuali, familiari, gruppali) è un valore aggiunto se inserito come presenza all’interno della quotidianità dei turni di lavoro, per quella competenza di possedere uno sguardo clinico e una capacità di analisi per decodificare ciò che avviene nella quotidianità andando “oltre” una lettura semplicistica dei fatti e che rischia di arenarsi sul dato concreto e sul livello di superfice.<br />La comunità è un grande serbatoio di eventi. Nella quotidianità vengono riversati, attualizzati comportamenti, vissuti che &#8211; in mancanza di un contenitore interno, di una “pelle” che li trattenga &#8211; vengono evacuati. Tutti elementi che vanno ripresi e che possono divenire oggetto di lavoro; che possono essere ripensati insieme ai pazienti mettendosi affianco a loro attraverso un lavoro clinico attento e professionale.</p>
<p>Occorre un personale multidisciplinare che privilegi tuttavia figure a valenza “psico” in grado di ricucire, rinarrare una storia, ritessere delle relazioni familiari cortocircuitate, “mettere in parola” e significare vissuti poco mentalizzabili, elaborare stati traumatici per favorire un riavvio di un’evoluzione che per molteplici fattori si è interrotta e dove il “vulnus” è l’elemento relazionale che possa modificare i Modelli Operativi interni favorendo l’introiezione di nuovi schemi, copioni più adattivi e funzionali.<br />Se viene a mancare uno sguardo clinico tra le miriadi di eventi che accadono nel vivere quotidiano della comunità, se questi rimangono privi di un pensiero, di una riflessione, di un dispiegamento di senso, la residenzialità si riduce ad un posto letto; il “contenimento psichico” &#8211; che vuol dire accoglienza, holding, reverie, ascolto, mentalizzazione, fiducia, relazione, dedizione, incontro &#8211; diventa “contenimento fisico”, assistenza concreta, biologica, mero “tamponamento” del sintomo, perdendo l’occasione di entrare in contatto con la dimensione intrapsichica dei pazienti, lasciati di fatto soli, senza poter comprendere come funzionano e cosa gli accade.<br />La conseguenza è una banalizzazione dell’intervento lasciando di fatto poco o nessun margine all&#8217;aspetto terapeutico evolutivo/trasformativo.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Fa pensare quanto emerso dalla disamina delle normative : il monte ore complessivo di figure di assistenza di base ( infermieri , OSS ) supera addirittura il numero di ore sia degli educatori professionali e dei Terp, sia delle figure dell’area psicologica, riducendo queste realtà a meri luoghi allocativi , assistenziali , e costringendo alcune esperienze virtuose a fare un estenuante slalom* tra le pieghe normative per trovare soluzioni nel tentativo di mantenere alto il livello cercando di salvaguardare e operare secondo una modalità trasformativa/evolutiva, in linea con i principi fondativi che hanno ispirato il modello delle comunità terapeutiche.<br />Le indicazioni normative ad oggi sono riduttive , la complessità è banalizzata con la conseguenza di proporre istituzioni inerti caratterizzate da routine ripetitive e prive di senso, “depositi” poco attenti a ricostruire significati e rinarrazioni, seguendo una logica meramente allocativa, e non apparati affettivi e nutritivi dove circolino elementi dinamici, maturativi, emancipativi e dove l’intero percorso è pensato, connotato e ispirato da un’intenzionalità terapeutica .<br />Riteniamo doveroso che l’ordine degli psicologi del Lazio compia un’opera di sensibilizzazione culturale a partire dalle scelte di programmazione di politica sanitaria pretendendo la propria presenza nei tavoli decisionali della Regione così da offrire un contributo non solo a difesa della categoria professionale ma per portare avanti una cultura della salute mentale in linea con un corretto approccio biopsicosociale.<br />A tutti ci rivolgiamo perché non solo i principi che hanno animato l’origine delle comunità terapeutiche continuino ad essere affermati, ma venga fermata la tendenza alla ipersemplificazione, a marginalizzare il modello psicoterapeutico da parte di quanti &#8211; più o meno consapevolmente- finiscono per avallare un paradigma biologico/riduzionista dal sapore custodialistico/assistenziale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* È il caso emblematico di alcune storiche comunità psicoterapeutiche che per non abbassare il livello della qualità dell’intervento si sono trovate costrette per rimanere a norma, secondo quanto previsto dalla normativa regionale in merito ai requisiti dell’equipe, a far prendere il titolo da OSS ai loro psicologi, per non doverli licenziare. Scelta encomiabile per certi versi, ma al contempo rappresentativa e paradossale</p></div>
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		<title>Il Counseling a non psicologi: di cosa si tratta e cosa fare</title>
		<link>https://culturaeprofessione.it/news/categoria-2/il-counseling-a-non-psicologi-di-cosa-si-tratta-e-cosa-fare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[AleSky2590]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 15:39:46 +0000</pubDate>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><!-- divi:paragraph --> <strong>Da tempo il Sistema Professionale della Psicologia si confronta con la questione della formazione al <em>Counseling</em> erogata a non psicologi da alcuni Istituti di formazione psicologica.</strong></p>
<p><strong>I Raggruppamenti di politica professionale hanno preso orientamenti diversi sul tema</strong>, spesso divergenti.<br />C’è chi sostanzialmente avalla questa pratica evadendo il problema e non disdegnando di farsi sostenere, nelle campagne per le elezioni ordinistiche, dai promotori di corsi di Counseling per non psicologi; sostegno che potremmo pensare non disinteressato.<br />C’è chi, al contrario, ha assunto il vertice giuridico/deontologico di tutela della professione come prospettiva di osservazione del fenomeno counselors, orientando l’attenzione sull’abuso di professione e sul suo contrasto. L’assunzione di tale vertice, sia pur significativa, non ha prodotto purtroppo risultati apprezzabili, anzi frequentemente ha portato in maniera dissennata –non ponendo sufficiente attenzione ai meccanismi di funzionamento della giustizia- a rafforzare l’impunità di chi commette certi abusi. È giusto continuare a praticarla ma con molto criterio e assennatezza (perché non diventi un boomerang), dunque non a fini propagandistici.</p>
<p><strong>Il tema è molto complesso</strong> e tocca ambiti differenti della nostra professione:<br />1. <strong>Da una parte il problema si concentra su chi gestisce e conduce questi corsi.</strong> Assistiamo infatti alla proliferazione di corsi da parte di “Istituti di formazione”, spesso gestiti da enti direttamente o indirettamente collegati a Scuole di specializzazione in psicoterapia riconosciute dal MUR che in questo modo allargano il loro bacino di clientela e che si avvalgono di docenti facenti parte della nostra comunità professionale che non rispettano l’art. 21 del codice deontologico.<br />2. Se invece esaminiamo il problema dal lato dei discenti e dell’utenza, <strong>assistiamo alla formazione di figure spurie</strong>, su tematiche inerenti alla psicologia, che si troveranno a dover gestire il mondo emotivo delle persone senza esserne né attrezzati né legittimati. Queste figure definite dai più “counselor” o “mental coach” escono dai loro corsi convinti di poter gestire tematiche molto delicate della vita delle persone che noi avviciniamo con molta prudenza solo dopo 5 anni di università, un tirocinio, molta gavetta sotto la costante vigilanza dell’Ordine professionale (e di un codice deontologico) e del Ministero della salute. La formazione dei counselors non psicologi sembra essere tra l’altro ricca di messaggi ambigui tesi a far credere agli ingenui discenti che non toccando la “psicopatologia” non commettano abuso della professione psicologica; quando è proprio la Psicologia ad essere deputata alla tutela del benessere psicologico del singolo e dei suoi contesti di appartenenza, oltre che alla prevenzione e diagnosi del disagio e all’intervento di abilitazione-riabilitazione e di sostegno alla persona (art. 1 della legge istitutiva 56/89).<br /><strong>L’incessante utilizzo di termini esterofili</strong> porta a generare un’ulteriore confusione intorno agli ambiti applicativi di queste figure. Se traduciamo in italiano i termini più usati (mental coach, life coach, counselor) abbiamo allenatori mentali, allenatori alla vita oppure, diversamente, consulenti. Ci rendiamo conto quanto siano distanti dalla nostra professione e al contempo molto sovrapponibili e quindi sommamente ambigui e confusivi per l’utenza.</p>
<p><strong>Cultura e Professione è fortemente contraria al Counseling quando viene esercitato da non psicologi</strong> in quanto esso si compone di aree e atti che ricadono nella esclusività della nostra professione.<br />Pensiamo che i momenti di stallo esistenziale, le crisi decisionali, i disagi relazionali siano una preziosa opportunità di lavoro su di sé e il proprio ambiente, perché le persone possano acquisire nuovi assetti, consapevolezze e prospettive. Nel contesto e nella legislazione italiana <strong>questo lavoro di consulenza è competenza propria della Psicologia.</strong><br /><strong>Questa è la funzione che attribuiamo alla figura da noi proposta di Psicologo di Prossimità che possa fungere da filtro alle domande provenienti dal territorio, in convenzione con il sistema sanitario nazionale.</strong><br />Siamo tanto più contrari a che non psicologi vengano formati all’uso di metodi, tecniche, strumenti conoscitivi e di intervento propri della professione, da Istituti appartenenti al nostro sistema professionale.<br />Si tratta di violazione e di concorrenza sleale.<br /><strong>È una violazione</strong> perché contrasta con il già menzionato <strong>art. 21 del Codice Deontologico</strong> che stabilisce essere “grave violazione deontologica l’insegnamento a persone estranee alla professione psicologica dell’uso di metodi, tecniche e di strumenti conoscitivi e di intervento propri della professione stessa”. Inoltre “costituisce aggravante il caso in cui l’insegnamento dei metodi, delle tecniche e degli strumenti specifici della professione psicologica abbia come obiettivo quello di precostituire possibili esercizi abusivi della professione”.<br /><strong>È concorrenza sleale</strong> perché se da un lato si formano alla Psicoterapia colleghi che hanno perseguito la laurea quinquennale in Psicologia con più tirocini, e che devono svolgere 4 anni di formazione per diventare Psicoterapeuti (con in aggiunta spesso un percorso di psicoterapia personale), dall’altro vengono conferiti titoli di counselor dopo tre anni di corso, spesso a persone con un semplice diploma di scuola superiore, lasciando loro intendere di poter svolgere funzioni proprie della Psicologia e, chissà, della Psicoterapia, sia pur con un altro nome.<br />I formatori dal canto loro si autoproclamano docenti titolati, senza il vaglio delle istituzioni universitarie o del Ministero, senza bisogno di fare ricerca.</p>
<p>Non è tollerabile che dall’interno della professione si svalorizzi il nostro titolo di studio e si crei confusione sull’immagine della Psicologia, <strong>riducendo in tal modo la garanzia per la più ampia società civile di incontrare saperi competenti.</strong></p>
<p>C’è però un altro e diverso argomento che rende questa piaga una innegabile debolezza del nostro sistema professionale: nella formazione e nell’attività del counseling (non psicologico) è insito il rischio di trattare come concrete e consapevoli tutte le domande di aiuto, senza che venga posta la necessaria attenzione alle trame di significato ad esse sottese.<br />In tal senso, uno Psicologo che sostiene e promuove tale forma di counseling, mette in campo una paradossale negazione della domanda di Psicologia, promuovendo una cultura dell’abbattimento dei <strong>significati psicologici della domanda stessa.</strong><br />Tale condizione rappresenta un vero e proprio attacco alla professione attraverso la sua stessa negazione.<br /><strong>Una sorta di malattia autoimmune della Psicologia.</strong><br /><strong>Si finisce per trasmettere una cultura che non prevede di rivolgersi allo Psicologo in caso di bisogno, ma ad altri che psicologi non sono, determinando un attacco alla psicologia portato dal suo interno</strong>, visto che i suoi stessi rappresentanti sostengono la nascita e lo sviluppo di altri profili e diffondono altri tipi di risposte da quella psicologica in caso di bisogno di aiuto. Alimentando così la vanificazione della domanda di aiuto e la banalizzazione della relazione d’aiuto stessa.</p>
<p>Chi si candida a rappresentare e governare la professione <strong>dovrebbe dichiarare la propria posizione</strong> rispetto a questi aspetti, lealmente, senza disinvolti mimetismi e tatticismi come purtroppo accade.<br />Come si fa a raccontare di voler promuovere e tutelare la professione se ci si fa sostenere al governo della Psicologia da chi forma al counseling ‘non psicologico’?<br />Non si può non pensare che ci sia da un lato un<strong> tornaconto</strong> “politico” da parte di chi avalla queste pratiche e una forzatura del vantaggio competitivo di mercato a favore di chi persiste nel formare al counseling non psicologico.</p>
<p>Negli ultimi anni, il valore specifico e autonomo della Psicologia è stato sempre più riconosciuto.<strong> La Psicologia è una disciplina più matura</strong>, con una più diffusa e penetrante legittimazione sociale fondata sulla propria collocazione all’interno della società italiana.<br />Si rafforza di conseguenza l’esigenza di <strong>fare i conti con un passato ormai superato</strong> e residuale. E’ ora di espiantare un fenomeno che può essere considerato scoria di un periodo iniziale in cui il sistema professionale non aveva identità né radicamento sufficientemente saldi.</p>
<p>Da molto tempo Cultura e Professione si è occupata di questa anomalia. Con documenti e iniziative. Già dal rigore portato nella fase del riconoscimento in sanatoria della Psicoterapia al momento della istituzione degli Ordini.<br />Riteniamo sia necessario <strong>aprire una interlocuzione forte e franca nella nostra comunità professionale</strong> che non abbia solo lo sguardo acuminato (e purtroppo talvolta spuntato) della legge, anche se la via giudiziaria va perseguita laddove praticabile.<br />Vanno favoriti<strong> percorsi di rientro nella legalità</strong> – a partire dall’assunto che il Counseling sia una funzione propria della Psicologia- in direzione di una <strong>Riunificazione</strong>: del Counseling alla Psicologia e della comunità professionale al proprio interno.<br />Sarà necessario promuovere <strong>un’indagine approfondita sul fenomeno</strong> e cercare sinergie con altre istituzioni quali <strong>il Ministero vigilante e il Sistema universitario</strong>. Andranno pensati <strong>percorsi d’inclusione per i <em>counselors</em></strong> favorendo un’opportuna integrazione delle loro limitate competenze con un’adeguata formazione universitaria in campo psicologico.<br /><!-- /divi:paragraph --></p></div>
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